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REFERENDUM PROCREAZIONE ASSISTITA
L'art 75 della Costituzione attribuisce ai cittadini il potere di legiferare "negativamente", abrogando le norme poste dall'organo di mediazione democratica del nostro sistema politco: il Parlamento.Si va "ad referendum": a riferire. Riferire ai cittadini, destinatari delle norme prodotte dalle Camere. Ed è per questa ragione che certa destra, proibizionista in campo sociogiuridico (eccettuate chiaramente talune fattispecie penali, v. bilancio ) e liberista senza misura in campo economico-mediatico, teme l'esito della prossima applicazione di quest'istituto di democrazia diretta. Perché emergerebbe ineluttabilmente la distanza tra morali cattolicheggianti e repressive, i culti idolatranti la vita,senza se e senza ma, incuranti della dignità della vita, valore ben prevalente sulla vita stessa; uno slittamento che sancirebbe definitivamente che il Paese va da un lato, la maggioranza dall'altro. Per non guardare al difetto sistematico della legge sulla fecondazione assistita: l'attribuzione della qualificazione giuridica di soggetto di diritto all'embrione, che ne è privo sia nel cod. civ. (art. 1) che nella legge sull'aborto (altra normativa segnata dall'approvazione del corpo elettorale per via referendaria). Una legge oscurantista scritta a quattro mani col Vaticano; di scarsa tecnica giuridica; una presa di posizione miope e adialogica. Allora il sì diventa una apertura verso una legislazione moderna, che tenga conto delle istanze sociali, che regolamenti, ma non proibisca, l'uso del portato della evoluzione della scienza medica. L'unico no, a parere dello scrivente, all'eterologa: comprendo l'interesse di una coppia ad avere e volere figli propri, di ambedue, continuazione di una famiglia e segno del compimento di un amore, ed è giusto che l'ordinamento se ne faccia carico; non condivido e non reputo meritevole di tutela l'interesse ad avere un figlio che discenda da un membro della coppia, e non dall'altro; e non solo per i chiari problemi in materia di disconoscimento della paternità che pure vanno valutati attentivamente, ma soprattutto perché sarebbe, visto che nel caso di specie mancherebbe la continuità e l'espressione della discendenza famigliare, opportuno adottare un bimbo in difficoltà, che non sia figlio di alcuno dei due. Secondo la regola che bisogna dare una famiglia al minore, e non un minore a una famiglia.
benito eccoti soddisfatto con le mie idee..sei sfidato a dare le tue argomentazioni in senso contrario
gabriele-gabbo
Risposta numero 1 del "benito" di turno...
Otto anni di discussioni in Parlamento, commissioni di indagine nominate anche a livello internazionale e numerosissime pubblicazioni hanno costituito i cosiddetti lavori preparatori di una legge delicata quanto complessa sulla procreazione medicalmente assistita. Il risultato è una norma che, raccogliendo studi scientifici e garanzie del diritto, dà per la prima volta una disciplina a questa materia tutelando tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito.
Porre una disciplina legislativa alla procreazione assistita vuol dire porre delle regole ai comportamenti dell’uomo nel rispetto di determinati principi previsti dal nostro ordinamento. Principi, non dettati da ideologie o religioni, ma principi contemplati nel nostro sistema giuridico.
Si tratta quindi di individuare questi principi per poi verificarne, eventualmente, nella legge il pieno rispetto.
Nella lettura della nostra Costituzione non può non notarsi la scelta di distinguere alcuni diritti “inviolabili” da altri diritti che inviolabili non sono. Vi è quindi una gerarchia di principi e quindi di garanzie; ma cosa vuol dire “inviolabile”? Forse che gli altri diritti (che non sono inviolabili) possono essere impunemente violati? E’ evidente che non è così; è sufficiente in questa sede intendere la parola inviolabile come un “rafforzativo” (G. U. Rescigno) della tutela di alcuni diritti – tra i quali la libertà personale e la difesa in giudizio – annullati nei decenni del fascismo che hanno preceduto l’entrata in vigore della carta costituzionale.
Questa scala gerarchica di garanzie vede al primo posto i diritti inviolabili dell’uomo che “la Repubblica riconosce e garantisce” (art. 2). Riconoscere significa accettare qualcosa che già c’è, diritti che non sono creati dallo Stato ma che esistono indipendentemente da esso; si ritrovano in queste parole i principi della teoria del diritto naturale, che sostiene che ogni uomo possiede sempre, in quanto essere umano, alcuni diritti (come la vita e la sua dignità) che lo Stato non può per nessun motivo negargli. Non si tratta di principi religiosi ma questo è puro pensiero laico.
La libertà scientifica o qualsiasi altra libertà, quindi, per quanto possa commuovere, non potrà mai in uno Stato laico di diritto prevalere sul diritto alla vita o su altro diritto inviolabile. Se così fosse, “libertà” sarebbe un termine vuoto e inutile o per dirla con le parole di Burke sarebbe una “libertà che priva di saggezza e virtù, diventa il peggiore fra i mali perché crea follia senza freni e vizio senza punizioni”.
E’ subito nell’articolo 1 della legge che il fine perseguito - favorire la soluzione dei problemi riproduttivi attraverso il ricorso alla procreazione medicalmente assistita – si coordina con i principi sopra ricordati: occorre, infatti, assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito.
Si può parlare quindi di legge contro la laicità dello Stato? No, assolutamente!
Le tesi che sostengono l’incostituzionalità hanno come presupposto che il concepito non sia un essere umano, ma una “cosa”. E’ evidente che in tal caso la tutela di una semplice “cosa” non potrebbe mai sacrificare altri interessi come quelli della scienza.
Tuttavia basta un minimo di cultura giuridica o semplicemente di onestà per ricordare che la Corte Costituzionale nella sentenza n. 35 del 1997 usò per ben sei volte l’espressione “diritti del concepito” e che il diritto alla vita del concepito è costituzionalmente garantito. Inoltre la sentenza specifica che “tale diritto ha conseguito nel corso degli anni un sempre maggiore riconoscimento anche sul piano internazionale e mondiale”, che il diritto alla vita inteso nell’espressione più lata “appartiene all’essenza dei valori supremi su cui si fonda la Costituzione italiana”.
E ancora, non può non essere ricordata la convenzione di Oviedo siglata il 4/4/97 (ratificata in Italia con la legge 145 del 2001) che stabilisce che “l’interesse e il bene dell’essere umano devono prevalere sul solo interesse della società e della scienza” (art 2) e, nel suo preambolo, pone un argine “agli atti che possono mettere in pericolo la dignità umana mediante un uso improprio della biologia e della medicina”.
Tutti questi sono orientamenti che non hanno nulla a che fare con la presunta influenza del Vaticano e con le critiche mosse contro la legge 40 di antilaicità. Per rendersene conto basta leggere la pubblicazione del magistero della Chiesa Cattolica, dell’organo che detta la visione ufficiale che del mondo ha la Chiesa, per leggere con chiarezza: “[…] la Chiesa rimane contraria, dal punto di vista morale, alla fecondazione omologa in vitro; questa è in se stessa illecita e contrastante con la dignità della procreazione e dell’unione coniugale, anche quando tutto sia messo in atto per evitare la morte dell’embrione umano.” In altre parole la Chiesa Cattolica, quale ne sia lo scopo o la modalità, rimane comunque e sempre contraria all’applicazione delle tecniche di fecondazione assistita in vitro.
La Legge invece le consente.
La legge quindi è una regolamentazione laica dell’applicazione della tecnica, e delle conseguenze che ne derivano.
È la traduzione di quello spirito laico che non è assenza di principi ma esaltazione dell’Uomo e della sua dignità che parte dal rispetto per la vita. Il vero laico non dovrebbe lasciare ai soli uomini di fede tale compito; il laicissimo filosofo Norberto Bobbio, proprio a tal proposito disse: “Mi stupisco che i laici lascino ai cattolici il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”.
Sia per tutti noi una frase su cui riflettere.
(invece di parlare tanto, come nell'altro articolo, GABBO, che ne pensi dell'etica del fare?)
ant.
sempre il c.d. "benito"...
ti mando un articoletto mio, come l'altro...
EMBRIONE! CIAO! MA CHI SEI?
Tuo figlio è tuo figlio quando nasce? Non hai particolare cura per lui quando scalcia? Non eviti alla madre ogni fatica che possa fare male al bambino? E dove è il limite, allora?
Inutile nascondersi dietro parole e distinguo: quando il seme maschile incontra l’ovulo femminile, allora si forma una vita. Sulla dignità di questa vita si può discutere. Ma che sia vita non è discutibile. Se non sei d’accordo smetti di leggere. Che sia vita di razza umana, è ugualmente indiscutibile; se non sei d’accordo, mi dispiace ma non ti posso convincere, e non ne possiamo parlare. La specie di essere vivente che si riconosce da una particolare combinazione di molecole di carbonio, in quarantasei cromosomi, di quel tipo, è la specie Homo Sapiens Sapiens.
Premesso tutto ciò, che non è in discussione, poniamo, per chiarezza, quali sono i termini del problema.
Meglio: dei problemi, perché la carne al fuoco è molta:
1- Chi pensi sia l’embrione?
2- Pensi che sia giusto sottoporre a referendum una questione così intricata?
La domanda fondamentale è la prima: tutto dipende dalla considerazione che si ha per l’embrione.
Non è chiaro a tutti che cosa sia un ragionamento giuridico: un bilanciamento di diritti, per esempio: si crede che siano semplicemente dei modo per permettere o vietare cose a seconda di una scelta politica: ciò non è vero: il ragionamento giuridico è ciò che più si avvicina a un procedimento di stretto rigore matematico, quando effettuato con correttezza. I principi applicati sono gli stessi: il principio di non contraddizione, per il quale A non è possibile sia non-A; si parte da certe premesse, e, mediante stringente argomentazione, basata su principi di logica empirica e teorica, che consideri ogni caso, e ne dimostri la verità o falsità, si giunge a delle conclusioni.
Il principio su cui si basa l’ordinamento, e la maggioranza dei Paesi liberi del mondo, è quello per il quale ciascun uomo ha dei diritti, suoi propri, che ha in quanto è della nostra razza.
Ogni uomo è libero, è persona; la sua vita non ha un prezzo, perché il suo valore è pari a quello del mondo intero. Ha il diritto di dire ciò che pensa, di avere ed esprimere idee politiche, di professare liberamente la sua tensione religiosa, e di non sentirla; di vedere garantita la sua proprietà, e di vedere il suo domicilio e la sua corrispondenza protetti. Ha il diritto di autodeterminarsi.
Questi diritti sono assoluti. Prescindono dal riconoscimento che di questi faccia lo stato.
Nel momento in cui lo Stato li riconosce, allora li garantisce; anzi, è proprio la ragion d’essere di ogni stato la tutela di questi diritti. Ma non la tutela per tutti: la esperienza ci dice che ci sono persone che non hanno bisogno della tutela dello stato: sono i più forti, i più ricchi. Non è certo per il forte che si pone la Legge: lui sta bene anche senza: la legge si pone per il debole: ragione principe del diritto è la tutela del debole dal forte.
E chi è più debole dell’embrione? E quindi chi è meritevole di tutela più dell’embrione? Ma tutela per cosa? Una nuova vita che si forma che diritti ha prima che nasca? Ha il diritto che nessuno interrompa il processo che lo porterebbe naturalmente a nascere: non è che siccome è debole silenzioso e piccolo, piccolissimo, (ma sempre più grande) ce ne possiamo disfare come vogliamo, perché è vita… ed è vita umana… solo la madre, e se ha seri problemi di salute , può disporre della vita di un feto. Può decidere di abortire. Ma non può deliberatamente progettare di avere un bambino, o una bella bambina, e poi impiantare otto embrioni, avendone prodotti venti: ha disposto l’uccisione di dodici vite umane, progettandola senza motivo. A quei otto embrioni che crescono verranno effettuate biopsie che selezioneranno i feti più resistenti, e solo uno verrà salvato, col venti per cento di probabilità che finisca in braccio della coppia; e nel primo anno di vita avrà il doppio delle probabilità di avere malattie e malformazioni.
È ammissibile che per dare una vita ne muoiano tante?
Già questa legge ammette, oggi come oggi, la formazione di tre embrioni, e il successivo impianto di tutti e tre, per cercare di limitare l’eliminazione di embrioni formati; ma è statisticamente certo che la maggioranza degli embrioni impiantati moriranno, anche senza alcun intervento umano.
Ma ciò, per un laico, è ammissibile: limitare le perdite in funzione di un bene futuro. Ma un limite a queste perdite ci deve essere. Non si può lasciare che vengano volontariamente costruite vite, e che queste poi vengano coscientemente selezionate per la morte. Già vengono alterati i metodi che madre natura ha posto, ma che ciò sia a fin di bene, almeno.
L’embrione è uno di noi. È un debole che necessita di cure e aiuto. È un menomato fisico e mentale, che non sentiamo e a stento vediamo. Ma che sappiamo che c’è. E dobbiamo aiutarlo: non è quel bambino africano che muore di fame, debole e invisibile, di cui ci laviamo le mani con noncurante freddezza e solo un moto di dispiacere. Lui è qui. E anche tu che leggi sei chiamato a ammettere dentro di te una risposta: Lui è, lui esite. È debole piccolo e indifeso. E anche a te chiede aiuto. Ti chiede di affermare con la tua bocca che lui è vita umana: non soffre, forse, ma muore, esattamente come te. È diverso dalla terra, dalla pietra, perché vive; non è una gallina, un topo, un cavallo; perché un uomo. E non vuole che sia permesso congelarlo; non vuole essere selezionato per vivere o morire: lui si ricorda ancora dei campi di concentramento, concentramento della folle stupidità umana, dove si veniva selezionati per il gas.
Ti chiede di decidere se tuo figlio è tuo figlio prima o dopo il parto. Se lo è tre giorni dopo l’amore, o due mesi, o nove mesi, o tre anni.
Come lo spieghi alla tua coscienza che per avere un figlio ne uccidi altri 20, 30? Non sono cifre campate in aria! Sono le vere cifre della fivet: la selezione comporta una formazione di almeno queste cifre di embrioni, e lo scopo è sempre un bambino, uno solo.
Anche i laici hanno una coscienza, anche i laici hanno una morale. Il singolo Uomo ha una coscienza, e da solo sa scegliere. Sa scegliere se attribuire o meno diritti all’embrione.
Questa sembra che sia la scelta! In realtà noi possiamo disporre come vogliamo dei diritti dell’embrione, visto che lui non si può difendere, ma, i suoi diritti l’embrione li ha già. L’embrione è già parte del nostro mondo e come tale già prima di questa legge era considerato nel mondo del diritto!
I tribunali di questo stato hanno già affrontato il problema della tutela del concepito e già avevano compreso come non si potesse trovare un momento di discrimine, di passaggio, tra lo stadio embrionale e quello di concepito: non furono di aiuto nessun tipo di tempistiche scientifiche, perché ogni classificazione di natura medica è convenzionale, ha finalità didattiche o metodologiche, non è reale: lo sviluppo del bambino è un continuo senza interruzioni: da quando si forma un essere solo con un solo corredo genetico, da due, che contiene entro di sè l’intero progetto della sua crescita: fino alla morte.
Noi oggi possiamo scegliere di annullare tutto il lavoro di mezzo secolo di dottrina e giurisprudenza che ha teorizzato, e deciso, su questa materia, delicatissima; possiamo scegliere di cancellare il contenuto di una legge, e, in questo modo decideremo che la legge sull’aborto non è giusta, che il concepito non ha diritti, che fino ad ora si sono utilizzate solo regole sbagliate.
Bisogna confutare una tesi che si sente spesso: confutare una affermazione che, fatta o consapevolmente per mentire, o per poca informazione rimane falsa: si è detto infatti in televisione che la legge nel riconoscere la necessità di bilanciamento tra i diritti in gioco, compreso quello del concepito, è in contraddizione con la legge sull’aborto. Non è vero. Infatti la legge sull’aborto utilizza lo stesso principio: bilancia l’interesse alla vita del concepito, con quelli alla vita e alla salute psico-fisica della madre, e considerando preminenti i diritti della donna, consente l’aborto. Questo ragionamento è espresso a chiare lettere nelle sentenze della Corte costituzionale, che in più occasioni fu chiamata a valutare se quella legge era costituzionalmente legittima. Il diritto alla vita del concepito è sempre stato considerato come rilevante: ed è falso far crede che la legge 40 del 2004 introduca principi dirompenti nell’ordinamento Italiano. Sarebbe la sua cancellazione, a rendere invalido il lavoro di mezzo secolo di dottrina e giurisprudenza.
Ma noi potremo dire quello che vorremo: ciò non modificherà la realtà delle cose: una vita è una vita. E quando è vita umana deve essere trattata con cautele particolari. Quando non si conosce con chiarezza qualcosa è buona regola evitare di provocare danni, normalmente utilizzando regole di sicurezza particolarmente valide: è questo il metodo che si usa, ad esempio nelle problematiche di natura ambientale, infatti anche se non si conoscono rischi e pericoli si impongono limiti particolari; o prendiamo il caso degli ogm, anche una comune regola di prudenza ci consiglia di consumarli con moderazione, visto che non ne conosciamo le conseguenze… l’unico caso in cui queste regole non dovrebbero essere applicate è, a detta dei promotori del referendum, proprio quello in cui oggetto della tutela sono vite umane.
Si inizia con il permettere l’aumento del numero di embrioni per finire con il consentite tacitamente o espressamente la selezione eugenetica e considerare il nato come cosa oggetto della volontà dei genitori: il figlio come proprietà di chi lo ha fatto costruire…
Questi non sono scenari di fantascienza: sono la realtà che si prospetta l’indomani di una vittoria di chi vuole l’abrogazione della legge. Anzi, mi esprimo con più precisione, l’abrogazione parziale di brevi pezzi di disposizioni della legge: quella del referendum è una operazione di chirurgia legislativa, perché il taglio di pezzi della legge è stato svolto da grandi giuristi che, adeguatamente remunerati, hanno provveduto a ridisegnare una legge che, sezionata a puntino, permette ogni cosa che i loro committenti richiedono.
Cosa fare allora? Come reagire a questo attacco del denaro alla vita? Con una scelta. NON IN MIO NOME.
Fate quello che volete, sperimentare, uccidete, selezionate, ma mai avrete la copertura dello stato. Lo stato non vuole, perché io non voglio, e con me tutti quelli cui faro presente questi fatti.
Non voglio, quindi, come mi è lecito fare, cercherò in ogni modo di evitare che gli assassini vincano; non mi recherò a votare.
Non mi ridurranno al silenzio, non mi fermeranno dandomi del ridicolo, perché loro ridono, dentro i loro camici, dietro le loro cattedre, forti del loro potere; gli embrioni congelati, NO.
ant.
Gentile interlocutore;io ritengo che tu non rievochi adeguatamente le cd. gerarchie di diritti nella Charta.Perché quello dell'embrione è un "interesse";l'interesse non comprime il diritto;ma ne è superato.La convenzione di Oviedo tutela il concepito;certo.La legge 194 no;predilige il diritto della donna a interrompere la gravidanza per tutelare chi vive,esiste,respira,soffre,prende delle decisioni dolorose ma vuole poter scegliere;perché la scelta,si sa,è lacerante ma ci crea uomini.E ancora:a differenza del codice peruviano il codice italiano reputa soggetto di diritto il nato,non il concepito;e all'articolo primo;dove si dà la definitio juris di persona.Allora;non è che si tratti di bilanciare tra un presunto diritto alla vita e la libertà di ricerca;si tratta di comprendere che quello dell'embrione diventa diritto(che presuppone un centro d'imputazione cui sia riferito)solo a partire dal terzo mese.Eppoi qui si discute sulla fecondazione assistita;gli embrioni che si vorrebbero tutelare cmq non verrebbero per natura mai ad esistenza;inoltre,non giungono ad un grado di differenziazione tale da poterli qualificare persone.La persona dev'essere una realtà in grado di percepire la realtà esterna;capace di distinguere l'alterità io/altri;un'entità differenziata;è quello il soggetto debole da proteggere.Non qualsiasi res che potenzialmente diverrà vita.Altrimenti persino il contraccettivo diviene lesivo del diritto alla vita:la vita che si formerebbe nel rapporto naturaliter consumato.Vedi,giocare a equiparare potenza e atto conduce a conclusioni aberranti che l'ordinamento non può riconoscere.E per la ragione che non stiamo qui ricostruendo un percorso aristotelico bensì soppesiamo la posizione e le situazioni di persone;gente che campa e soffre e necessita di tutele;e io preferisco tutelare la coppia che si sottopone a estenuanti interventi per procreare e la ragazza incinta che disperata sceglie l'aborto,piuttosto che narcististicamente e intellettualisticamente tutelare un piccolo insieme di cellule che non hanno sensazioni,che non sono differenziate e che non provano dolore.Quella non è vita.Certo,potrebbe diventarlo;anche noi lo siamo stati;ma non è una buona ragione per danneggiare chi già c'è,e lotta x la ricerca della propria felicità,per dare un senso a una vita che c'è,è formata,scorre e finisce.
Gli italiani nel '78 hanno già scelto.