Quando la democrazia non sa decidere.

Quando la democrazia non sa decidere.

Una lezione dal Governo Prodi l’ho appresa nel suo anno di titolarità dell’esecutivo repubblicano. Cioè che il relativismo, quale forma di approccio al reale, categoria delle categorie, è valido anche rispetto ai sistemi costituzionali, per cui non esiste un sistema aprioristicamente e universalmente migliore in confronto degli altri. E che – almeno nell’opinione mia – triste futuro incombe sulla Repubblica italiana; drammatico e pregno di mutamenti sostanziali e dolorosi, oppure di lento ed estenuante declino.

Perché parlo così da Cassandra? Né un dio mi ha morso la lingua, né aderisco all’atteggiamento catastrofista per partito preso che connota alcuni analisti, per interesse o per snobismo. Le mie valutazioni, siano esse corrette o campate in aria, hanno radici concrete e si nutrono di presupposti verificabili. Il governo guidato da Romano Prodi ha una maggioranza stentata (null’affatto sexy). E’ dominato dall’ala estrema, costituita da montagnardi dandy, estremisti verdi e vetero-comunisti senza pudore. E’incapace di adottare una strategia economica per il Paese; al rigore nei conti pubblici, quale obiettivo principale tra i desiderata del ministro Padoa Schioppa, si associa una stridente assegnazione secondo metodo cencelliano di prebende e poltrone; ai sacrifici laceranti imposti alla classe borghese (giacché tale dualismo pare doversi recuperare in ossequio al linguaggio ed all’interpretazione politica di almeno tre partiti dell’attuale maggioranza) non corrisponde l’adeguato contrappeso dovuto dai lavoratori dipendenti (in tema di scalone). La promessa lotta all’evasione fiscale non è decollata come negli auspici, e i suoi esiti sono fiacchi. L’extragettito dovuto alla stangata fiscale è stato ignominiosamente sperperato in provvedimenti a pioggia di carattere clientelare-elettoralistico, piuttosto che stornarlo come di logica verso il risanamento dei conti. L’ambientalismo nimby, in veltroniano l’ambientalismo del no, minaccia di precluderci la TAV e con essa uno stabile collegamento con l’Europa continentale; e sulla medesima scia si pone la catastrofe ambientale dei rifiuti in Campania, cui, per le opposizioni cieche delle comunità locali e la gestione desolante e censurabile da parte dell’ente regionale, il Governo, nonostante i poteri straordinari conferiti al commissario Bertolaso, non ha saputo porre rimedio. Il quadro che ne emerge è scoraggiante, pur tacendo delle diatribe sulla riforma dell’ordinamento giudiziario e sul tema dei diritti civili, argomenti pure questi di astiosi contrasti dentro il Consiglio dei Ministri.
D’altronde, sugli scranni dell’opposizione, siede sua Emittenza, titolare di tre reti televisive contro le tre reti dello stato; con una legge ad personam chiamata legge Gasparri che fu il vessillo delle sinistre alle elezioni; che doveva essere abrogata in cento giorni; che resta lì, ferma, a regolare una situazione contrastante con la Carta Costituzionale e il trattato di Maastricht. Non c’è, insomma, valida alternativa al disastroso esecutivo in carica.

La legge elettorale, scempio (secondo l’autore porcata) della attuale opposizione, a parer mio di dubbia costituzionalità, ha creato questi mostri, degni di un dipinto di Francisco Goya. Una legge elettorale proporzionale, con premi di maggioranza assegnati al Senato non sulla base dell’esito nazionale delle elezioni politiche (come avviene per la Camera dei Deputati), ma su base regionale. Beffardamente, lo scempio incostituzionale si è voluto giustificare con l’esigenza di conformare la porcata alla carta repubblicana del 1948. E che dunque rende le maggioranze fortemente instabili, schiave del ricatto delle estreme, essendo – a causa del nostro immaturo e anomalo bipolarismo – impensabile e deplorevole un inciucio neocentrista. Ovvero: essendo impensabile la logica alleanza di partiti che, pur se dichiaratisi gli uni di destra e gli altri di sinistra, hanno molto di più in comune tra loro che non con gli altri partiti rispettivamente di destra e di sinistra, si strutturano coalizioni eterogenee, volubili, litigiose e, per questo, statiche. E tutto questo prescindendo dall’anomalia berlusconiana, cioè di un soggetto politico-economico che da solo possiede una quota estremamente rilevante del paniere delle risorse di telecomunicazione, vulnerando mercato e sistema politico.
E’così che si cade nell’immobilismo; così che valgono solo i giuochi di palazzo; le congiure e le trame; gli interessi economici. Così l’acqua ristagna nei veti incrociati; così il partito della Rifondazione Comunista o la Lega Nord possono governare il paese, o almeno impedire di governarlo.
Ma la vanificazione del diritto di voto del cittadino titolare dell’elettorato attivo produce ulteriori effetti. La scissione tra potere politico e mandato elettorale (dovuto all’altra previsione della porcata circa la nomina dei parlamentari ad opera delle segreterie partitiche, che propongono liste bloccate – come nella legge Acerbo!), infatti, produce la separatezza della corporazione politica, completamente autoreferenziale, priva d’ogni missione che non sia la sua propria vorace e screanzata autoriproduzione, come un organismo osceno e parassitario. E mentre mancano cancellieri, carta per le fotocopiatrici e aule in tribunale, i consiglieri provinciali e regionali incassano migliaia di euro mensili; i senatori e i deputati maturano per ius speciale (senza dubbio specialissimo) il diritto alla pensione; Buttiglione desidera ed esprime il desiderio mediante nota scritta il gelato alla buvette; proliferano le comunità montane, le società pubbliche e gli enti strumentali, con correlative cariche e congrue retribuzioni. Tutte le posizioni acquisite (legittimamente o, ancor di più, illegittimamente) sono protette e difese dal muro di gomma della c.d. politica: dalla posizione dominante del Berlusconi editore; alle battaglie dei sindacati che lottano solo per i lavoratori che lavorano già, gli iscritti, quelli che erogano la quota d’iscrizione senza cura dei giovani, dei precari, del sistema-Paese; alle prepotenze dei professori universitari e del sistema per cooptazione; alla gemmazione, alla continuità, alla autoriproduzione della stessa casta, come l’ha chiamata sferzantemente GIAN ANTONIO STELLA.

Intanto, il buonismo, l’apatia, una certa dose di cultura kitch di sinistra (ma le omissioni sono bipartisan) determinano una preoccupante inerzia rispetto ai fenomeni delinquenziali. La mafia e la camorra continuano a esercitare la sovranità sul loro territorio, e la politica locale attinge ai loro profondi e doviziosi pozzi di voti. Ma pure rispetto al terrorismo di matrice islamica, ai discorsi degli imam che predicano la conquista senza spada del nostro Paese, ai lucidi ragionamenti dei capi-cellula che affermano che acquisteranno il potere servendosi della nostra cavillosa e ultragrantista procedura penale nessuno spende una parola. Cresce l’insicurezza come crescono la camorra, la mafia e la nuova piaga terroristica; e così pure crolla la credibilità di un sistema politico che è ormai un fungo, un’escrescenza repellente e nociva. Ma dov’è la libertà tanto sbandierata, se non si è liberi di far nulla? Se non si è liberi di iniziare un’impresa, vessati dalla tassazione e dal pizzo? Se non si è liberi di votare un partito, una coalizione, un programma, perché nessun potere costituzionale risponde più di nulla al popolo sovrano, privo di mezzi di controllo e sanzione politica? Se la politica non è più in grado di incidere sulla società in nessuna maniera, così presa narcisisticamente ed onanisticamente da se stessa, dai media, dalle indennità parlamentari? Se non esiste neppure la sicurezza per le strade, la forma più elementare di tranquillitas civium?

A fronte di queste considerazioni, mi si permetta l’analogia (certo forzata) con due sistemi costituzionali della prima metà del novecento; la gloriosa repubblica weimariana, e la meno gloriosa monarchia parlamentare dei Savoia. Anche in quelle due forme di Stato e di Governo, l’insoddisfazione dei cittadini fu tale che esplose in drammatici tumulti, incanalandosi in due terribili dittature. La neghittosità di Nitti (il cagoja dannunziano) e di Facta; le tesi affascinanti ma troppo intellettualistiche e permissive del Grundgesetz weimariano; l’abulia di Prodi e l’incoscienza con cui è stata varata l’ultima legge elettorale (porcellum). E’ chiaro che si tratta d’una mera provocazione; che non c’è una crisi economica equivalente alla crisi weimariana, e neppure si riscontra oggi la pressione sociale dovuta alla mistica (non tanto campata in aria) della vittoria mutilata e al timore ingenerato dal biennio rosso dell’Italia dei primi anni Venti.
E’chiaro che oggi ci troviamo collocati nell’Unione Europea, e che quindi anche questo elemento implica la perdita (se non giuridica - perché il Trattato stabilisce che ciascuno elegge i Governanti a proprio modo, e non c’è una clausola specifica a favore della democrazia- almeno politica) della piena sovranità statuale circa l’assetto politico-istituzionale. Ma questo non vuole dire che necessariamente gli italiani resteranno inerti a guardare il declino delle istituzioni e della loro comunità politico-economica. Il referendum è un aspetto di una generale insoddisfazione, che potrà incanalarsi in esiti molteplici. Se la c.d. politica non recepirà il monito d’allarme, apportando i dovuti correttivi in corso d’opera (recependo insomma l’antipolica, secondo le tesi di ROSANVALLON), come pare non intenda fare, davvero non so che cosa potrà accadere in questa Italia complicata e trattata come donna di malaffare. E’molto probabile che si resti fermi, come sempre; limitandosi a disprezzare sempre più coloro che ci governano, e le istituzioni che impersonano (e il fatto che da almeno dieci anni il Presidente della Repubblica sia l’unico uomo delle Istituzioni che goda di credito e rispetto presso i cittadini conferma lo stato di disaffezione verso le cariche non neutre, come insegnano costituzionalisti e storici delle costituzioni). Ma è pure possibile che si ripensi tutto l’assetto istituzionale (scoprendo che si preferisce un governo che governi, anche sacrificando le minoranze politiche, magari – addirittura – con poteri senza chissà quanti contrappesi); che si inizi a riflettere sul fatto che troppe garanzie significano nessuna garanzia; che i diritti di seconda, terza e quarta generazione non possono esistere senza i diritti di prima generazione; che un culto esasperante dell’individuo e un giusnaturalismo di ritorno cozzino col diritto di una comunità a preservarsi (con le ricadute consequenziali sull’espulsione indiscriminata degli immigrati di ceppo islamico, par exemple). Tutto questo, la cecità di oggi potrebbe creare. Con il rischio quindi di una cecità di segno inverso ma di pari forza.
E allora, dentro le istituzioni repubblicane, se esse ancora sono funzionanti, si dovrebbe aprire un ciclo palingenetico. Con una riforma elettorale; con una riforma del sistema radiotelevisivo; con la cessazione di un garantismo di facciata ed estremista per bilanciarlo con una adeguata repressione e con la certezza della pena contro la mafia, la malapolitica, la delinquenza comune; con maggiore consapevolezza del pericolo terrorista; con l’ambientalismo del sì; col rigore nei conti pubblici; con la costruzione di un sistema politico stabile, che finalmente trovi un equilibrio virtuoso. Con la forza di superare alcuni tabù (di qualsivoglia genere essi siano, anche di c.d. civiltà giuridica), con moderazione, per non doverli infrangere violentemente, tutti insieme. Saremo capaci di questo? Io non lo credo. Ma ci spero. Tanto.

GABRIELE T.